Portare alla luce il dolore, trasformarlo, restituire al vento i sensi di colpa, il danno.
Non è una tematica di genere la violenza sulle donne, è un male che abbraccia tutta la società nella quale viviamo. Non riesco a non riflettere sul tema dell’educazione. Non esiste altro passaggio per entrare nel pianeta che l’utero, è l’unica porta tra il Tutto e il particolare, il definibile. Non esistono varchi di genere, tutti e tutte abbiamo attraversato quella soglia, crescendo nel ventre delle nostre madri e siamo stati partoriti da quelle viscere. Dunque, tutti indipendentemente dal genere dovremmo nutrire profondo rispetto per il femminile al quale è stato affidato il compito di essere varco e amalgama tra spirito e materia, che dall’istante del concepimento assume essenza di fenomeno riconoscibile per aspetto, natura, entità, potere, influenza, causa interna, relazione, effetto latente, retribuzione e la loro coerenza dall’inizio alla fine. Dove, dunque, accade la frattura. Dove sparisce la specularità e l’appartenenza. Dove si genera e prende corpo la causa che degenera in atti violenti, di prevaricazione, di sottomissione. Guardando mia figlia crescere insieme ai suoi coetanei, ho l’occasione di stare vicino e di condividere molti momenti di vita con diverse madri.
In generale, le madri di femmine, ora come dall’infinito passato, sono estremamente critiche ma trasmettono l’intero loro sapere in merito alla cura della persona e delle cose alle figlie. Sono più attente al loro sviluppo, cercano il confronto e il dialogo, a volte anche il monologo, ma sono in costante ascolto. Tendono a emancipare le figlie psicologicamente, ma seminano in loro la pianta del senso di colpa, quindi se da una parte, le fanciulle saranno autonome presto, dall’altro un legame invisibile non le farà mai allontanare più di tanto dal proprio albero.
Le madri di maschi, si stupiscono di qualsiasi cosa facciano i figli, generalmente iperprotettive e giustificative su tutto il loro operato, tendono a non generare mai scontri, al massimo rimproveri. In generale un figlio maschio non cresce mai e tutta l’educazione verte sul rendere impossibile al fanciullo l’emancipazione e il sentirsi autonomo nella vita. C’è il pregiudizio diffuso che i maschi non possano apprendere il sapere della cura delle cose e delle persone, per cui sono argomenti dei quali i giovani vengono privati. Non potendosi occupare di cose serie, ovviamente , maglia larga per tutto il resto.
Poi le figlie e i figli cominciano a relazionarsi tra loro nel mondo con il loro bagaglio di saperi. Difficile sarà capirsi, perchè il divario è già stato riproposto, da un meccanismo oliato alla perfezione che si rigenera inalterato dall’infinito passato. A mio giudizio, è questa difficoltà che genera la rabbia e la frustrazione che si materializza in atti di violenza nei confronti del genere femminile, che si affaccia alla vita più preparato, più autonomo e con obbiettivi più chiari.
Le donne non hanno mai fatto della forza fisica e della violenza sulla persona un modello esistenziale e pragmatico, però continuano a subire gli effetti di queste pratiche nella loro vita, non riescono a trasferire ai loro figli maschi l’antidoto alla violenza che loro stesse continuano a subire, nella famiglia e nella società. Mi viene di pensare che le donne amino le società maschiliste e violente, amino essere considerate oggetti, si rifugino nel ruolo della vittima per appagare qualche profondo desiderio inespresso. Tutto è nelle nostre mani, è inutile negarlo, se continuiamo ad educare questa tipologia maschile, che poi è la stessa che ci scegliamo come marito e che diamo come modello da padre ai nostri figli, un motivo ci sarà.
Dobbiamo ancora crescere, crescere, crescere, e non avere paura di guardaci allo specchio, abbandonare il senso di colpa e sapere che abbiamo il potere di educare nel rispetto reciproco gli uomini e di donne di domani.
Daniela Giordano
Sacrofano, 1 Novembre 2011


Sono la webmistres di questo sito, si usa sempre il termine maschile webmaster, lo uso anche io per farmi capire più facilmente ma in realtà esiste il femminile. già l’analisi di questa semplice considerazione linguistica può dirci quanto il mondo in generale e quello della tecnologia in particolare sia pensato in forma maschile. Come potrei dire che ciò non derivi dall’educazione?
Come poter controbattere alla tesi di Daniela secondo la quale forse anche noi, donne e mamme di maschi ci adagiamo nella riproposizione di quei modelli oliati che presuppongono uno “sforzo minore” nella comunicazione e nella gestione dei ruoli?
Ieri sera in una riunione, la discussione a un certo punto è finita sulle madri. Madri di ieri e madri di oggi. Ruolo della donna ieri e ruolo della donna oggi. La madre di un mio amico, giusto 50 anni prima, era rimasta incinta a 37 anni, del quarto figlio. E questo le creò molta vergogna, perchè era ” una madre anziana”, in più la figlia appena sposata, era anche lei in attesa del primo figlio. Insomma, madre e figlia incinte nello stesso tempo. Oggi non facciamo fatica a dire, che meraviglia! 50 anni fa, essere madri a 37 anni, era segno di praticare certe attività che non era più il caso di agire, per cui una gravidanza, anche all’interno di una famiglia borghese e benestante, poteva essere vissuta come una vergogna. Era solo 50 anni fa,mezzo secolo, oggi sono tante le donne che a 40 anni diventano madri per la prima volta e con gioia! Che liberazione!!!!